Alberto Bragaglia

 
Alberto Bragaglia - La Vita


A cura di Fabiola Giancotti

L'opera di Alberto Bragaglia è tuttora sconosciuta al grande pubblico dell'arte. Rarissime le mostre, poche le opere esposte. Anche gli scritti attendono ancora di essere censiti, studiati, in molti casi letti. Alcune testimonianze si sono scritte, dal 1974 a oggi, grazie al lavoro del figlio Leonardo, che ha organizzato e curato mostre e cataloghi e alcune edizioni di scritti sull'arte. Questo volume vuole rendere omaggio all'opera globale di Alberto Bragaglia, attraverso la pubblicazione di oltre duecento dipinti e disegni, di uno fra gli scritti più elaborati del maestro e di tre articoli, anch'essi inediti.

Dalla lettura di questo materiale emerge l'itinerario intellettuale di Alberto Bragaglia: il suo cammino artistico e il suo percorso culturale. Come egli stesso aveva previsto, "la novità di siffatte apparizioni rompe le unificazioni e le sistemazioni precedenti e rinnova dal profondo la fisionomia del fatto estetico, imprevedibilmente" (Problematiche figurali). Recuperare il testo integrale e restituirlo nella sua qualità è il compito dell'editore. E del lettore. Inoltre, acquisire Alberto Bragaglia al testo del Novecento contribuirà ad arricchire e a sprovincializzare l'arte, la cultura, le istituzioni. * * * La storia del pictor philosophus Alberto Bragaglia incomincia con la sua nascita, a Frosinone, nel cuore della Ciociaria, il 26 gennaio 1896. Nasce nel palazzo Bragaglia, costruito dal padre a Porta Campagiorni pochi anni prima.

Quarto tra sette fratelli, Alberto eredita la tradizione, i miti, le arti e i mestieri della sua famiglia. Sia da parte della madre, la nobildonna Maria Tassi Visconti, sia da parte del padre, l'ingegnere Francesco Bragaglia, il racconto è denso di aneddoti, di curiosità, di notevoli figure che hanno lasciato una traccia nella tradizione culturale e, in molti casi, negli scritti e nelle opere dei fratelli Bragaglia. Maria Tassi Visconti è l'ultima discendente, per parte materna, della famiglia Visconti di Roma (quei Visconti cui resero lustro Giambattista Antonio, Pietro Ercole, ma sopra tutto Ennio Quirino, nonno di Maria, morto nel 1818, archeologo e letterato, esponente del neoclassicismo e console della Repubblica romana negli anni 1798-1799).

Il padre di Maria è il grande chirurgo Emilio Tassi. Francesco Bragaglia è "spirito burliero, estroso canzonatore, poeta ciociaro, costruì i teatri di vetro della vecchia Cines (la più antica casa di produzione cinematografica, n.d.r.) e per molti anni ne fu direttore amministrativo": così lo descrive Anton Giulio, il maggiore dei figli, in Stirpe bragagliesca. Anche nel ramo dei Bragaglia non mancavano personaggi importanti. C'era lo zio Albino, abate presso il convento di Trisulti, rettore del seminario di Sessa Aurunca e candidato, presso l'Abbazia di Montecassino, alla porpora cardinalizia (che non indossò mai a causa dello scandalo provocato dal fratello Camillo, il quale, mentre attendeva di essere ordinato sacerdote, s'innamorò di una bella donna e "gettò la tonaca alle ortiche").

C'era anche lo zio Marchiafava, luminare della medicina, che — si racconta — a furia di prescrivere diete rigorose si trovò a morire di fame. C'era infine lo zio Gaudioso Stella che "nato all'inizio del secolo decimo ottavo, aveva avuto come governante, fin dalla nascita, una ragazza, Geltrude, poco più che sedicenne, la quale, allorché il ragazzo ebbe raggiunta la maggiore età, diventò sua moglie" (Carlo Ludovico Bragaglia, Bragaglia racconta Bragaglia). Nel palazzo Bragaglia nacquero sette figli e la storia di ciascuno s'intreccia con quella dell'altro, quasi a voler scandire un ritmo costante per l'intera vita. Nel 1890, nasce Anton Giulio. Sarà lui a incominciare la nuova stirpe dei fratelli Bragaglia: "I miei fratelli prendono parte della mia vita come pezzi di me stesso. Io sono me più loro; perciò posso sembrare più bravo di quello che sono... Arturo è un artista ma ha pure un ingegno meccanico; Carlo Ludovico ha una sensibilità squisita, [...] egli dirige con me il Teatro degli Indipendenti ma insieme amministra le mie imprese.

Poi Alberto, mente geniale, vasta cultura, fantasia estetica speculativa di indirizzo rivoluzionario, ma carattere indipendente [...] spiritualmente ci sta vicino nelle sue concezioni estetiche" (Anton Giulio Bragaglia, Il segreto di Tabarrino). Vengono poi Ernesto, morto prematuro, e Bianca, l'unica sorella, che si sposò con Umberto Clementelli con cui ebbe quattro figli. L'ultimo fratello, Riccardo, morì all'età di tre anni. La scomparsa di Riccardo procurò un grande sconforto ad Alberto che si rifiutò di parlare fino ai sei anni, tanto che lo credettero muto. Verso il 1903, Francesco, "sor Checchine", da Frosinone si trasferisce con la famiglia a Roma e prende casa ai Banchi Vecchi, nel cuore della città. Alberto frequenta le scuole elementari, poi il ginnasio (presso le scuole Visconti e Mamiani) e già incomincia a formarsi all'arte e alla filosofia. Suoi amici di quel tempo sono Nino Bonazzi, allievo del pittore Amedeo Bocchi, e Sandro Agostinelli, che diventerà un famoso avvocato.

Nel 1910, primo anno del liceo classico, Alberto frequenta lo studio dei pittori Bocchi e Boccioni. Sua madre lo iscrive ai corsi di disegno e di studio del nudo dal vero. Nel 1909, Marinetti aveva pubblicato il Manifesto del futurismo. Bastarono pochi mesi perché questo movimento investisse l'arte, la cultura, la vita di quel periodo. Alberto, come i fratelli, vi si trovò in mezzo. Da via Margutta, dove frequentava i corsi di disegno, allo studio di Boccioni del quale diventerà amico, a quello di Balla. Intanto i fratelli, Anton Giulio, studente di archeologia e appassionato di giornalismo e di fotografia, e Arturo, che diventerà un grande fotografo, teorizzano e pubblicano il Manifesto del fotodinamismo. Alberto aveva già incominciato a scrivere (firmava gli articoli con lo pseudonimo Alberto Visconti): determinante fu l'incontro con Enrico Malatesta che lo coinvolse nell'ambiente anarchico e rivoluzionario della capitale. Scrisse vari articoli su "Umanità Nova" con lo pseudonimo di Silverio Ormisda. Su insistenza del padre, Alberto proseguì gli studi iscrivendosi alla facoltà di giurisprudenza. I fratelli erano ormai troppo coinvolti nel fermento futurista e colsero l'occasione (frequentando anche gli studi cinematografici diretti dal padre) per occuparsi di cinema, di teatro, di fotografia, di giornalismo.

Quando stavano a Frosinone, non c'erano ancora né la luce elettrica né le automobili. Nel corso di un ventennio, le immagini incominciavano a muoversi (con il cinema) e il movimento a rappresentarsi (con la fotografia). Alberto, occupato dagli studi, ancora molto giovane e sullo sfondo della prima guerra mondiale (fu esonerato dal servizio militare per una malattia renale cronica), ebbe modo di leggere anzitutto i filosofi, gli scrittori, i movimenti artistici europei di quegli anni, di analizzarne le novità, di coglierne le particolarità. Tra il 1916 e il 1918, dipinge oltre cento opere e scrive la sua Policromia spaziale astratta (che nel 1919 pubblicherà in cinque puntate sul giornale, fondato nel 1916 e diretto da Anton Giulio, "Cronache d'attualità").

Nel 1918, i fratelli Anton Giulio e Carlo Ludovico, ormai ben introdotti nell'ambiente artistico romano, fondarono la Casa d'arte Bragaglia, una galleria d'arte indipendente, in via Condotti 21. Vi si organizzavano esposizioni d'arte di amici, sopra tutto dell'ambiente futurista, dibattiti, conferenze, e si pubblicavano libri e riviste (oltre a "Cronache d'attualità", l'"Index", il "Bollettino della Casa d'arte Bragaglia"). La prima esposizione fu dedicata a Giacomo Balla; poi, fra le altre duecentocinquanta, nelle cinque gallerie della Casa, esposero Cangiullo, Depero, De Chirico, Cascella, Sironi, Viani, Evola, De Pisis, Boccioni, Rosai, Campigli, Sant'Elia.

Alle riviste la collaborazione era aperta a Rosso di San Secondo, Pirandello, Trilussa, Marinetti, Tozzi, Sironi, Malaparte, e a tutta la schiera di pittori che ruotavano intorno alla Casa d'arte. Il fracasso futurista esasperò gli abitanti di via Condotti che li credevano anarchici, tanto che i fratelli Bragaglia furono sfrattati e dovettero trovarsi un'altra sede. Fu allora che Anton Giulio decise, cercando altri locali, di fondare anche il Teatro degli Indipendenti. Trovarono la nuova sede nelle cantine di Palazzo Tittoni, in via degli Avignonesi. Durante i lavori di sterramento, Anton Giulio scoprì le antiche terme di Settimio Severo, e l'architetto futurista Virgilio Marchi sistemò i locali in modo da creare le gallerie, il teatro, il laboratorio fotografico e un ristorante-cabaret, dove artisti e pubblico, dopo gli spettacoli, si ritrovavano a mangiare, a scrivere (lì Moravia scrisse Gli indifferenti), e a litigare fino a mattina inoltrata.

In quei locali accadde di tutto, ma a finanziare l'operazione fu il ristorante, dove gli artisti pagavano cinque lire, e il pubblico molto di più. Di giorno le mostre, dove non si vendeva quasi nulla, di notte il teatro e le riunioni al ristorante. La prima stagione del Teatro degli Indipendenti, nel 1923, ospitò Massimo Bontempelli con Siepe a nord ovest. Fu rappresentata lì per la prima volta l'opera di Pirandello L'uomo dal fiore in bocca, e nei dieci anni di attività vi passarono Alvaro, Vergani, Soffici, Marinetti, Bacchelli, Svevo, Campanile e, fra gli stranieri, Shaw, Laforgue, Mann, Brecht. Scrisse Piero Gobetti nel 1922: "Il teatro sperimentale dei Bragaglia è naturalmente rivoluzionario e si propone d'intaccare, tagliare, spezzare, distruggere tutto quell'ammasso di finzione, cartapesta, lucro, asinità, camorra, imbroglio, mediocrità, che suole in genere chiamarsi il teatro".

Nel 1920, Alberto si laurea in giurisprudenza e s'iscrive alla facoltà di lettere e filosofia. Collabora all'attività dei fratelli come teorico, scrive testi sul teatro per Anton Giulio, espone alla Casa d'arte alcuni suoi lavori di policromia spaziale astratta (una personale nel 1919 e una nel 1920) dal titolo Bragaglia fuori commercio, prova qualche scenografia astratta e scrive articoli di danza, pittura, scenografia, orchestrazione, sopra tutto su "Cronache d'attualità". "Alberto non ha collaborato al nostro sforzo, ma spiritualmente ci sta vicino nelle sue concezioni estetiche", "Alberto è il più vero degli indipendenti", scriverà Anton Giulio. Ed è ancora Anton Giulio a riconoscere il contributo culturale di Alberto: "Gli scritti di Alberto Visconti sulla teatralità plastica per un 'teatro vivente' astratto furono pubblicati dalle riviste e dai giornali italiani tra il 1915 e il 1920 e vennero tradotti in vari paesi.

Queste idee sono state riassunte anche in un capitolo dedicato alla Policromia spaziale astratta nel mio libro Il teatro della rivoluzione. Dirò subito che questo Visconti è un quarto mio fratello che firma con il cognome materno per rendersi indipendente dai tre Bragaglia del teatro e del cinema". In quegli anni, Alberto collabora infatti a vari giornali, fra gli altri la "Fiera Letteraria", lo "Spirito nuovo", "Il Tevere", "Il Meridiano di Roma", "Il Corriere di Napoli", "Interplanetario". Elabora la Teoria orchestica nel 1921, e la Panplastica, che pubblicherà nel 1924. Molto scalpore fece nel 1921 l'articolo Il fu... futurismo, oggi considerato essenziale rispetto a quello che è stato in seguito il destino del futurismo. Alla facoltà di lettere e filosofia era docente, allora, Giovanni Gentile. Alberto ne rimarrà affascinato, indipendentemente dalle sue idee politiche, per sempre. A dieci anni dalla tragica morte, nel 1954, scriverà un libro, tuttora inedito, dal titolo Quesiti della filosofia dell'arte attualistica. Omaggio a Giovanni Gentile e alla verità.

Prende la seconda laurea nel 1923. Lo stesso anno muore l'amatissima madre, che egli ritrarrà più volte nel suo letto di morte. Sospettato di anarchismo, ad Alberto, che lavorava allora presso la Biblioteca Agostiniana di Roma, viene consigliato di allontanarsi. Parte per Salonicco, in Grecia, dove insegna per alcuni anni e dove allestisce una personale delle sue opere (1923). Tornato a Roma, prosegue l'insegnamento nei licei statali e incomincia la sua vita di educatore filosofo. Nel 1936 ebbe la cattedra definitiva al liceo Giulio Cesare di Roma, ma insegnò anche a Velletri, a Sessa Aurunca, ad Ascoli Piceno, a Napoli. Insegnò fino al 1966. Molti gli aneddoti intorno alla sua attività d'insegnante. Gli allievi ricordano quanto fosse piacevole assistere alle sue lezioni. Alcuni lo seguivano nelle lunghe passeggiate che era solito fare nel pomeriggio, dopo la scuola e prima di mettersi a leggere o a dipingere. Informale e un po' rivoluzionario anche nella scuola, rispetto ai suoi colleghi e ai presidi, a volte ebbe un richiamo. Restano comunque le testimonianze dei suoi allievi, e sopra tutto delle sue allieve, molto impressionati dalla chiarezza, dalla disponibilità, dalla gentilezza, dall'indipendenza di quell'insegnante speciale. Nel frattempo, incontra una ragazza, Ines Desideri, chiamata Nessy, che sposa il 30 giugno del 1927. Per molti anni, Alberto dipinge, insegna, scrive articoli e prosegue la sua ricerca di estetica.

Fa il critico d'arte, approfondisce le relazioni fra arte e teatro, con particolare riferimento alla scena, alle luci, al ritmo, alla danza. Anche nelle sue opere pittoriche, cui si dedica ininterrottamente, oltre che all'astratto, alla policromia, alla ricerca sui colori, si muove sul versante figurativo e sull'anatomia dell'immagine del corpo. Disegna e dipinge atleti, ballerine, danze, nudi, ma anche paesaggi, in particolare alberi. Nella sua casa, nessuna delle domestiche poteva esentarsi dal posare nuda nello studio dell'artista, e in molte occasioni Ines non era affatto d'accordo. A parte una collettiva a Parigi (1927), una a Frosinone (1944) e una personale all'Associazione artistica di via Margutta a Roma (1947-1948), Alberto Bragaglia non fece mostre. Dipinse centinaia di opere, fece forse migliaia di disegni, ma non ebbe mai l'idea di esporli. Tanto meno di venderli, cosicché restarono accatastati per molti anni. I suoi libri ebbero la stessa sorte. Ma uscirono molti articoli di critica d'arte su vari giornali (per un periodo fu vice di Ardengo Soffici, al "Paese Nuovo" e in seguito anche di Curzio Malaparte).

Soltanto nel 1938 raccolse una serie di saggi di urbanistica e li pubblicò con il titolo l'Avvenire delle città. Considerazioni sulla scienza tecnica, sulla politica sociale e sull'arte urbana. Molti fogli, articoli, addirittura libri (organizzati già in capitoli, dunque pronti per la pubblicazione) rimasero inediti; per la maggior parte, lo sono ancora. Scrisse di estetica, di filosofia dell'arte, di poetica, di movimenti artistici. Seguì passo passo gli avvenimenti culturali europei, citandone i protagonisti nelle sue riflessioni, nei suoi bozzetti, nei suoi disegni, nelle sue tele. Ciascuno dei fratelli Bragaglia, seguendo la propria strada, scrisse un capitolo essenziale del nostro secolo. Anton Giulio proseguì con il teatro e con il cinema; Carlo Ludovico, che oggi ha 103 anni, firmò molte regie cinematografiche fra cui O la borsa o la vita, 1933; La fossa degli angeli, 1936; Arturo, continuò a fare il fotografo ma fece anche il caratterista in molti film — 47 morto che parla con Totò, Miracolo a Milano di De Sica, Bellissima di Visconti, ecc. Alberto Bragaglia, invece, lavorava indotto da un'urgenza, da una necessità di cui era ben consapevole. Ma sapeva che nessuno, tra i contemporanei, avrebbe potuto usufruire del suo lavoro. Ai trombetti e alle mondanità dell'epoca, preferiva penna, matita e pennello per tracciare quella che è una storia ancora da scrivere, con la restituzione del suo testo, non con il facile commento.

Alberto ebbe due figli, Francesco Maria e Leonardo. Fu quest'ultimo che, a un certo punto, si accorse della genialità del padre. Nato nel 1932, Leonardo, a sedici anni decide d'intraprendere la carriera artistica di attore e di regista di teatro, entrando a far parte della compagnia dello zio Anton Giulio. L'anno dopo, s'iscrive all'Accademia nazionale di Silvio d'Amico dove viene ammesso primo ex aequo con Glauco Mauri. Nel 1950, è attore militante al Teatro Ateneo dell'Università di Roma diretto da Luigi Squarzina, e al Piccolo Teatro della città di Roma accanto a Memo Benassi, Paola Borboni, Lamberto Picasso, Gualtiero Tumiati e altri. Nel 1960, è a Milano, al Teatro del Convegno, diretto da Enrico D'Alessandro e da Eligio Possenti, come attore e aiuto regista.

Debutta come regista firmando con l'Autore la messinscena di Giorni di verità di Riccardo Bacchelli. Saggista e storico del teatro rappresentato, ha scritto molti saggi e biografie, tra cui, la più famosa, quella intorno a Maria Callas. Ha curato per la Rai gran parte delle Commedie in trenta minuti. A Fano ha fondato e diretto per lungo tempo la Scuola di Teatro, che ha intitolato a Ruggero Ruggeri. Risale, però, agli anni settanta la sua decisione di rilanciare l'opera pittorica e filosofica di Alberto Bragaglia. Nel 1972, riuscì a convincere suo padre a fargli esporre le sue opere. Alberto però lo mise in guardia: "Ti regalo tutto, ma vedrai, non avrai che delusioni, nessuno ci capirà niente".

Non andò esattamente così. La prima grande esposizione, nel 1974, alla galleria Hermes di Roma, ebbe un impatto straordinario sia sul pubblico sia sulla critica. Lo stesso avvenne a Frosinone, sua città natale, che, recentemente, gli ha dedicato una via e ha dato il suo nome alla biblioteca. Nel 1983 muore la moglie, Nessy. Leonardo non ha ancora terminato di sistemare tutto il materiale scritto dal padre, sta rivedendo le prime opere con lui, che continua a dipingere. Prepara altre mostre, pubblica altri articoli.

Dopo alcuni anni trascorsi, con il figlio, nella sua casa di Anzio, il 30 aprile 1985, a ottantanove anni, Alberto Bragaglia muore, lasciando tutto a Leonardo. Varie mostre si sono susseguite in questi anni, a San Marino, a Parigi, a Roma. [...].

Torna inizio pagina